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Ieri ho partecipato al primo barCamp della Sicilia, per l’appunto il TrinacriaCamp.
Ho assistito, insieme a terronista a diversi talk riguardanti il web design il viral marketing i social networks, rosalio.it e tra i tanti talk interessanti c’è stato anche quello di don Fortunato Di Noto riguardante le nuove violenze nell’era di internet.
dondinoto
Devo dire che l’evento è stato particolarmente interessante, ho “captato” un milione di nozioni tecniche che ancora il mio cervello sta cercando di elaborare, ma indubbiamente ne so un po’ di più di prima…
E’ un po’ un pensiero utopistico, per me, ma sarebbe bello applicare tutto quello che ho sentito ieri al mio ambito di (futuro)lavoro magari, chissà, con l’aiuto di qualcuno dei ragazzi che ieri hanno contribuito alla crescita della mia cultura informatica, e non.
Un po’ di complimenti agli organizzatori, che con il loro impegno hanno portato anche qui da noi in Sicilia questo incontro, che spero non sarà un evento raro.

Alla prox barcampisti!

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I died in the name of art?

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Trotterellando nel fantastico mondo delle nuove offerte Adsl, per attivare la connessione a casa a Sr, mi sono imbattuta in questo post..

“Il mondo si è impazzito completamente… non esiste più il concetto che designa perfettamente le cose. I concetti sono sfumati, confusi, per giustificare la follia e la sete di sangue che alcuni individui serbano e manifestano con elegante disinvoltura. Così un bel giorno si è chiamata “arte” lo scempio diffuso da tale Guillermo Habacuc Vargas… non ricordatevi il nome, non è bene che si ricordi tale individuo…il nome è solo per designare la diffusione di una malattia mentale, espressa da un individuo, seguita purtroppo da molti. Perché si può puntare il dito contro l’assassino altrettanto quanto i suoi complici: e si può essere complici di un assassino anche tacendo semplicemente il delitto di cui si è stati testimoni. Questo tizio, proveniente dalla Costa Rica e che da piccolo voleva fare l’artista, dato che non aveva strumenti né tantomeno capacità per dimostrare di essere un vero talento, che idea geniale ha?Esporre nell’angoletto di una specie di museo un cane affamato, vietando a tutti i visitatori di dargli da mangiare e da bere, per farlo morire a poco a poco… perché la morte ed i maltrattamenti sono una sublime forma d’arte a cui si possa assistere. Non credete? C’è certamente un significato anche in questa esposizione. Il cagnolino si chiamava Natividad…Habacuc ha pagato dei ragazzini per catturarlo. Si è esibito a questa manifestazione lasciandolo morire di fame… lo scopo era proprio farlo morire di fame, sotto l’occhio di tutti. Durante la macabra esibizione delle persone hanno chiesto la liberazione del povero animalen ma l’”artista” ovviamente ha rifiutato.”

No, ma io mi sento male nel leggere queste cose… è intollerabile che si approvino queste manifestazioni di “pseudo.arte” ed è altrettanto intollerabile che venga utilizzata impropriamente la parola ARTE per ogni tipo di rappresentazione che non provochi BElle sensazioni, per me è questa l’Arte, non è solo il banale tentativo di tutti coloro che vogliono essere famosi e danno sfogo alla loro apprezzabile (o no) creatività.

L’Arte è un’altra cosa!

Questa azione obrobriosa a che è servita? per fare vedere cosa? la crudeltà che esiste nel mondo? le barbarie che gli esseri viventi sono costretti a subire? la morte?

e per far riflettere su queste cose, si uccide?

Provo solo disgusto.

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Zenobia

zenobia
foto: by flickr_author_Chourmo

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benchè posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru.

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello.

Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quele che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

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